mercoledì 23 dicembre 2009

“Prima che gli occhi possano vedere, essi devono essere incapaci di lacrime”

“Prima che gli occhi possano vedere, essi devono essere incapaci di lacrime”, significa che l'Anima deve ritirarsi dalla vita delle sensazioni per entrare in quella della conoscenza; non deve più restare là dove essa è continuamente scossa da quelle violente vibrazioni che le pervengono attraverso i sensi; che deve passare da queste regioni instabili in quella della conoscenza in cui regnano la fermezza, la calma, la pace; che gli occhi sono le finestre dell'anima e queste finestre possono essere, per così dire, appannate dalle nebbie esalate dalla Vita, e cioè le intense sensazioni, piacevoli o dolorose, producono una nebbia che appanna ed oscura queste finestre e quindi l'anima non può più vedere chiaramente attraverso ad esse. Questa nebbia proviene dal mondo esterno e non dall'interno; proviene dalla personalità e non dall'anima; è il risultato soltanto di sensazioni intense e non della comprensione della vita. Essa perciò viene simboleggiata con la parola lacrime, considerate queste come simbolo di una violenta emozione, sia dolorosa o piacevole. Finché gli occhi non si saranno resi incapaci di tali lacrime, finché le finestre dell'anima non avranno cessato di essere appannate dalla nebbia esterna, finché non avranno lasciato trasparire chiaramente la luce della conoscenza, gli occhi dell'Anima non potranno vedere la Realtà. Ciò non significa, come ci viene spiegato, che il discepolo debba perdere la sua sensibilità; vuol dire soltanto che nulla di ciò che proviene dall'esterno deve poter turbare il suo equilibrio. Non è che egli debba cessare di soffrire o di gioire, anzi è detto che egli soffrirà e gioirà ancora più fortemente degli altri, ma né la sofferenza né la gioia potranno più scuoterlo dal suo proposito; non potranno più fargli perdere questo stato di equilibrio, risultato della fermezza che solo la conoscenza può conferire. Questa conoscenza è la comprensione di tutto ciò che è permanente, per cui il transitorio e l'irreale non possono più frapporre alcun velo alla visione dell'anima.

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