giovedì 19 novembre 2009

..... da uomo e morte di R.Steiner

IL RICORDARE E IL PERCEPIRE CHIAROVEGGENTE

Durante la vita ordinaria, si conosce solo una parte di quanto in effetti avviene nell’uomo.

La forza che usualmente usiamo per ricordare, viene utilizzata dall’iniziato per guardare nel mondo spirituale; per tale motivo egli perde l’usuale capacità di ricordare le sue esperienze entro lo Spirito.

E’ l’interazione con il corpo fisico a produrre la facoltà del ricordare; disinvincolandosi da questo si realizza la percezione diretta della realtà spirituale.

Non è possibile ricordare esperienze spirituali come si fa per altri argomenti; l’iniziato deve rinnovare l’osservazione trascrivendola o facendola trascrivere da altri nel momento in cui egli ha l’esperienza spirituale: ad esperienza conclusa, essa svanisce, ma rileggendola può poi imprimerla nella coscienza e quindi ricordare ciò che ha letto.

Ricorda ciò che ha scritto, ma non ciò che ha sperimentato.

L’iniziato parla ad altri o scrive mentre è in stato meditativo; mentre la percezione o la visione è in corso.

Egli deve sempre avvalersi dell’immaginazione, attivandola, mentre si svela a lui il mondo spirituale; quando si disegna occorre essere sempre ben presenti e attivi, ben concentrati e saldi in sè stessi se si vuole tradurre in immagini ciò che vive nell’anima come ispirazione artistica: allo stesso modo l’ispirazione che arriva all’iniziato deve venire tradotta in immaginazione per poter essere fissata e percepita da altri.



L’AKASHA

Questa mutazione della memoria individuale in facoltà di percezione spirituale è in realtà un primo affacciarsi e penetrare entro il monismo dello Spirito. In Esso non esiste una memoria individuale, ma solo una memoria cosmica, totale: l’Io cosmico.


La memoria terrena, come usualmente la conosciamo, non è che una mutazione, una limitazione della vera facoltà spirituale di memoria, posseduta da un essere divino che vive nei mondi spirituali.

L’uomo durante la vita sperimenta una memoria individuale, a causa della sua organizzazione e della sua missione: ma ciò è un illusione, perchè non esiste nella realtà dello spirito memoria individuale, ma solo memoria sopraindividuale: la memoria unica universale.

Nel mondo spirituale, se ci si vuole ricordare di un evento passato, non occorre andarlo a ricercare nella propria interiorità, ma basta guardarsi all’esterno, ed esso comparirà là fuori, di fronte a noi.

Tutto ciò che fu nostra azione e ricordo, compare ben chiaramente dispiegato entro l’orizzonte del nostro campo visivo, riempiendo lo spazio spirituale circostante, e non più tenuamente e nebulosamente dentro di noi. Ciò che prima era memoria individuale, si tramuta in percezione diretta.

Il passato diventa presente diretto.

Non si ha più la percezione, come avveniva con la memoria terrena, che mano a mano si retrocedeva nel tempo nella rievocazione dei ricordi, questi appaiono sempre più sbiaditi, impalpabili e oscuri; nello spirituale, un ricordo lontano ci appare ben chiaro e delineato, semmai solo lontano nello spazio.

Il tempo diviene spazio.



Mentre prima per ricordare le nostre passate azioni dovevamo penetrare entro il nostro io singolo, ora penetrando entro l’io cosmico o coscienza cosmica possiamo vedere tutte le azioni e pensieri che ogni essere nell’universo ha creato.

Esiste una coscienza che abbraccia ogni azione singola nell’Universo

Penetriamo in un Io più vasto, che abbraccia tutto. Come nell’uomo esiste un’anima capace di fissare in memoria un fatto, nel mondo esiste un qualcosa, l’Akasha, che è capace di registrare tutti gli eventi universali che sono accaduti. Essa abbraccia tutte le coscienze di ogni essere: le contiene e le mantiene tutte.

L’uomo ha un singolo io microcosmico, i singoli oggetti del mondo fanno parte di un unico grande Io macrocosmico: questo Io totale conserva in sè ogni azione accaduta nell’Universo.



CONCETTO DI COSCIENZA

La coscienza è il complesso dei pensieri, (pensare) delle sensazioni (sentire) e degli atti individuali (volere) manifestati nel presente.


CONCETTO DI SUBCONSCIO

E’ l’ente memoria archivio capace di trattenere il patrimonio di ricordi e di esperienze; non è però solo un contenitore raccogliente, ma è capace di esaminare ciò che archivia, e se lo vuole, fa riaffiorare alla coscienza le idee sopite. Non opera solo in campo intellettivo e mnemonico, ma anche nel fisico.

Il Calligaris dice, nel suo “ Meraviglie della Metafisiologia” (ed. Vannini, Brescia 1944):

“ La subcoscienza dell’uomo sarebbe in relazione, anzi in intimo rapporto con quella che viene chiamata la Coscienza Universale. Quest’ultima considerata anche come un deposito cosmico.

Nel nostro subcosciente è quindi proiettato e depositato tutto l’Universo.”

E pure nel suo “ Telepatia e radio-onde cerebrali” (ed. Vannini, Brescia 1946):

“ Tutto quanto avviene nell’Universo è raccolto e depositato nel piano della subcoscienza di ogni essere umano; egli può diventare onnisciente e onniveggente quando questi depositi affiorano sul piano della sua coscienza.”

L’akasha non è un deposito di immagini o una cineteca di films che ritraggono degli eventi: l’uomo o entità spirituale, ogni volta che pensa, sente o agisce, crea una forma pensiero, la quale si manifesta sulla Terra come evento, mutazione o fatto, ma nel mondo spirituale essa non è della stessa forma del suo apparire terreno: è un insieme di sensazioni, emozioni e pensieri che costituiscono e rappresentano l’essenza di queste rappresentazioni.

Non la si vede in immagini fisiche, ma in sostanza di pensiero, di sentimento e di volontà.
Essa è riconoscibile non per la sua forma, ma in virtù della particolare carattere impresso in lei dal suo creatore.
Se si vuole vedere Cesare, non si vedrà lui stesso che si muove nell’antica Roma, ma si sperimenteranno interiormente quali fossero stati i suoi pensieri e i suoi sentimenti presenti nel momento in cui quell’azione presa in esame fu da lui prodotta.
L’Akasha o memoria cosmica, appare quindi come l’insieme degli esseri elementari creati da ogni creatura dell’universo, generati ogni qualvolta queste creature hanno compiuto un’azione.



L’IO TUTTO



L’uomo non è distaccato dal mondo; si crede distaccato, perchè il suo corpo glielo fa credere; in realtà egli è uno con il mondo.
Si sente distaccato e in sè conchiuso a causa della sua particolare missione: se così non fosse, non potrebbe mai arrivare ad avere una coscienza capace di distinguere delle forme da un tutto omogeneo.

Una goccia non ha coscienza di sè, ma è una parte del mare.

Come goccia del mare, egli è immerso nell’unica e totale memoria generale del mare dello spirito.

Il mare ha registrato nella sua memoria, l’insieme delle azioni compiute dalla totalità delle gocce esistenti in lui: penetrando in questo mare coscientemente, è possibile, dalla memoria individuale capace di richiamare i propri ricordi individuali, fare un balzo entro la memoria cosmica, nella quale sono impressi tutti gli eventi universali.

L’Universo intero è parte di un unico Io cosmico; tale Io sovrintende sia a tutte le funzioni, sia a tutte le azioni compiute dalle singole sue parti. Tutto ciò che avviene all’interno del suo Corpo cosmico, rimane registrato entro la sua Memoria cosmica. Non vi è nulla che può sfuggirgli, ricorda ogni evento accaduto, così come all’uomo è impossibile che non si avveda o gli sfugga la percezione di una azione da lui stesso compiuta.

(esempio del pazzo che crede la sua mano non sua, ma un oggetto del mondo esterno, se si vuole accennare all’operare del Karma).




IL MISTERO DEL PERCEPIRE


La forza del nostro Io spirituale è impegnata soprattutto a creare ciò da cui può poi scaturire la nostra usuale coscienza: lo specchio del corpo astrale; tramite tale rispecchiarsi non è possibile però arrivare alla vera realtà delle cose.

Riflettendo sulle cose, non si arriva ad intendere la vera natura delle cose.

Prima che nella coscienza compaia la rappresentazione della rosa, durante la percezione si è già svolto qualcosa, si è compiuto un processo: un pensiero che prima era contenuto nella rosa, durante la percezione è ora entrato in noi di nascosto, senza che ce ne accorgessimo coscientemente.

Nel percepire è celato un mistero.

In realtà noi non siamo affatto separati dal mondo, e quindi come tali dobbiamo immaginarci anche uniti al pensiero della rosa; è solo la nostra corporeità che ci fa credere di esserne separati.

Nell’attimo in cui la rosa compare nella nostra coscienza ci è già sfuggita la consapevolezza di unitarietà, la quale lascia il posto alla coscienza che ci fa sperimentare illusoriamente una separazione fra noi e la rosa.

Il nostro vero Io vede, lo Spirito che vive nella rosa; il falso io vede invece solo il suo riflesso, la sua immagine d’ombra.

Durante la percezione è ancora attiva e non ancora incantata la condizione di unitarietà fra il nostro Io e il resto del mondo; l’Io vive, condividendo la medesima esistenza, insieme a tutte le idee, entro il mare cosmico dello Spirito.

Vede la reale vita Una universale.

E’ parte di essa.

Ed essendone parte, non considera nulla oggetto esterno, perchè tutto là è oggetto interno, Io compreso.

In realtà l’Io non vede, ma sente; così come il corpo sente in sè il cuore, pur non vedendolo.

Egli sente l’essere della rosa affiorare in lui, ma non come un oggetto esteriore, bensì come un ricordo; un ricordo però che non testimonia un passato, ma che fa parte di lui: essi fanno parte del medesimo essere.

Così come l’uomo guardando indietro ai suoi ricordi li sperimenta come qualcosa di suo, allo stesso modo il vero Io, nell’attimo del percepire sensorio, sente in sè l’essere della rosa e lo riconosce come qualcosa che gli appartiene.

Tramite il ricordare dell’Io, si produce la possibilità del conoscere per l’anima.

Nell’attimo in cui l’Io si ricorda e si scopre in questo comune appartenersi, nell’anima appare un’immagine: l’immagine dell’essere della rosa, non la vita dell’essere della rosa.

L’Io proietta la luce dell’Essere della rosa verso il corpo fisico; esso la rimanda all’anima ma non nel suo splendore originario: essendo il corpo composto di tenebra, non può che oscurarne la luce, compenetrandola di buio: appare l’ombra dell’essere della rosa.

Nel momento in cui l’anima vede comparire l’ombra della luce della rosa dice: “è una rosa.”

In realtà non vede la luce della vera rosa, ma solo il suo spegnersi.

Il vedere una forma genera il separare, il distinguere; vedere un’immagine vuol dire percepire un oggetto, qualcosa di esterno differenziato da sè stessi.


La rappresentazione genera l’illusione del contrapporsi, di essere separati dal contenuto di essa.

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